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MIRELLA VILARDI - OLTRE - LA FINE DEL MONDO: DENTRO E FUORI LA BOTTIGLIA
17 Dicembre 2012

Paolo Ghislandi, della cantina I Carpini, sulle colline tortonesi, esorcizza la fine del mondo con un Barbera d'eccezione.


Che il calendario a lungo computo dei Maya avesse previsto per il 21 dicembre 2012 la fine del 13° b'ak'tun, è nozione risaputa, origine del proliferare di ipotesi le più nefaste, le più confuse, le più probabiliste. Da sempre l’uomo ha voluto spiegarsi il senso di infinitezza che non sta nel suo DNA, da sempre ha dovuto pensare, in una sorta di ubriacatura del proprio ego, che nulla gli sopravviverà su questa terra. Quante previsioni sull'Apocalisse che sarebbe dovuta giungere nell'anno 1000, nel 1260, nel 1836, nel 1967, a cavallo tra il 1999 e l'anno 2000 e nel più recente 2011, quando secondo un’idea protestante sarebbe scattata l'ora x (prima il 21 maggio e poi il 21 ottobre)! E perché non dare credito alla previsione della kabbalah secondo cui entro il 2240 saremo tutti finiti? E come non credere per l'ennesima volta a Nostradamus che ha stabilito per il 3797 la fine di tutte le profezie?

A qualcuno piace di più la fine del mondo come espressione letteraria che, nascendo dal greco apokalypsis sta ad indicare “togliere il velo, gettare via ciò che copre”, letteralmente una “rivelazione”.

Da questa traduzione, ecco un paesaggio, una persona, una torta, un vino, che sono “la fine del mondo”. Un vino? Ne abbiamo degustati diversi, di diverse zone e diverse annate che ci hanno strappato questa esclamazione. Ma Paolo Ghislandi, titolare dell’azienda I Carpini, sulle colline tortonesi, ha avuto l’ardire di scriverla in etichetta. Di più: ha studiato un progetto grafico di grande impatto (è il caso di dirlo) che rimanda ad una deflagrazione astronomica o più semplicemente ad un’esplosione di gusto, di calore, di armonia, di rotondità, e l’ha appiccicato sulla bottiglia. È certo che, con la fantasia e l’intuizione che gli sono tipiche, ci ha giocato, ottenendo un prodotto allusivo, ad hoc, commerciale che, però, commerciale non è.

Tutto è cominciato durante la vendemmia 2007, un’annata che sui colli del Basso Alessandrino, ha dato grappoli di una bellezza commovente. Sicché si è voluto dividere la Barbera delle viti più vecchie, datate 1926, dall’altra che, solitamente, concorre alla produzione del “Bruma d’Autunno”. Una scelta, una sorta di riverenza, per il frutto di queste vecchie signore che concentrano in pochi graspi tutto il loro antico sapere, la loro esperienza di sole, venti, piogge e gelate, il loro essere contorte in superficie e con radici profondissime. Una scelta che è continuata in cantina, intervenendo il meno possibile, lasciando che fossero quelle viti a continuare il loro personalissimo discorso. Nessuna tecnologia. Diraspamento a mano, pigiatura meccanica, travaso da una botte all’altra senza l’utilizzo di pompe, nessuna filtrazione, nessun solfito aggiunto. Intanto, si pensava che, pura fatalità, l’apice del periodo evolutivo, che per il Barbera è storicamente di cinque anni, avrebbe coinciso con il 2012, data inquietante, che già faceva discutere, da sfatare o ricordare. Ed ecco il doppio senso servito su un vassoio d’argento: questo vino che sarebbe stato la fine del mondo, avrebbe alluso alla previsione dei Maya.

Progetto che aderisce appieno ad un’idea di cambiamento, di prodotto nuovo. Il risultato? Un vino che trascende il vitigno. Che è Barbera lo sai, è scritto in etichetta, ma alla degustazione, è altro, ha superato la materia, come certi Barolo, certi Sangiovese, è solo nettare.

Mirella Vilardi
per OLTRE
17 dicembre 2012
» Prodotto associato: La fine del mondo
» Vai al sito: www.oltre.eu/pezzo_dettaglio_1.asp?id_pezzo=20








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